Come parlano gli abitanti di Greci?

Come parlano a Greci?

(a cura di Antonio Mastrogiacomo)

 

Ubicato ai confini tra la provincia di Avellino e Foggia, il paesino di Greci raccoglie una comunità che ha conservato l’uso di una lingua dalla tradizione antichissima. Non il greco, bensì la tradizione identitaria arbëreshë quale è tutelata per legge: Greci ha infatti conservato nei secoli l’antica lingua arbëreshe unitamente alla cultura, ai costumi e alle tradizioni originarie.

In questo senso è possibile definire Greci un comune bilingue poiché, accanto all’italiano, si parla l’antico albanese, ossia la lingua arbëreshe. Ad esempio, infatti, “benvenuti” si dice mirë sa edhët, “sì” è uaj, “no” è jo e perfino “Greci” si dice Katundi, che significa “il paese”.

La popolazione locale è comunque in condizione di comprendere anche i vernacoli irpini (soprattutto il dialetto arianese) parlati nei paesi limitrofi. Viceversa, coloro che risiedono nelle aree circostanti non sono in grado di decifrare l’arbëreshë. In paesi non molto distanti (come Faeto e Celle di San Vito) si parla addirittura il provenzale ma questa è un’altra storia.

 

 

Veniamo al paesino di Greci e partiamo dunque proprio dal nome

 

Prima che arrivassero gli Albanesi, Greci era un centro preesistente e molto antico.

Il nome Greci compare dopo il 535 d.C., cioè in seguito alla spedizione nell’Italia Meridionale (voluta da Giustiniano, imperatore di Costantinopoli) sotto il comando del generale Belisario.

Evidentemente, in tale occasione, furono fondate molte colonie greche, tra cui Greci. La presenza degli Albanesi si fa risalire al periodo compreso tra il 1461 e il 1464 quando il generale Skanderbeg, eroe nazionale d’Albania, si trovava in Italia con un nutrito numero di valorosi Albanesi per aiutare Ferdinando d’Aragona contro Giovanni d’Angiò.

Al fine di controllare meglio gli Angioini stanziati non molto lontano, una colonia albanese, fedelissima agli Aragonesi, era rassicurante per il re.

L’insediamento fu completo sotto ogni aspetto, in quanto i familiari dei suddetti soldati raggiunsero Greci al punto da sostituire il toponimo Greci con quello di Katundi, che nella lingua albanese significa “il paese o paese nativo”.

Portarono con sé anche il rito greco-ortodosso, che scomparve verso il 1690 per repressione dell’Arcivescovo Orsini.

Nonostante tale tentativo di repressione religiosa, di fatto la fecero rinascere arricchendola con la propria cultura, storia, religione, miti e lingua.

Il rito bizantino a Greci si sarebbe conservato dunque intatto solo fino al XVII secolo, il periodo della massima oppressione da parte del clero latino italiano, che non tollerava la persistenza di legami con il patriarca di Costantinopoli. Dell’antico rito originario rimangono la tradizione popolare del Vën Kurorë, il canto della Kalimera e la presenza di poche icone, come l’icona bizantina di san Nicolò di Myra con distici greco-albanesi: anche da piccoli segnali possiamo raccogliere ulteriori indicazioni che raccordano il passato del villaggio ad altre radici culturali.

Proprio in alcuni momenti singolari della vita della comunità, quali il lutto, possono riemergere questi codici della memoria: durante il funerale i più stretti parenti piangono il defunto e a voce alta in lingua albanese (come gli antichi greci nelle tragedie greche) ne declamano i pregi e le virtù.

Anche nel caso del matrimonio, diversi motivi si raccordano ai trascorsi classici: durante il rito del matrimonio (martesia) religioso a Greci, all’uscita dalla chiesa (kisha) gli sposi con gli invitati in corteo si recano a casa dello sposo, dove i genitori di questo offrono agli sposi da mangiare un pezzetto di pane e da bere del vino in un unico boccale, questo subito va distrutto, perché nessun altro possa bervi e per indicare l’indissolubilità del vincolo del sacramento del matrimonio.

Anche in questo caso è possibile riscontrare una certa continuità processionale come già nel caso degli epitalami, quei canti sul letto nuziale che si celebrano al termine di una piccola processione.

In tempi non sospetti un piccolo viaggio con rotta verso Greci suggerisce dunque il confronto con strati linguistici che sembrano dimenticati, eppure documentano con rara intensità il muoversi ricorsivo del tempo intorno al linguaggio nei suoi usi e costumi: a dispetto dell’etnonimo che lascerebbe subito pensare alla lingua greca per gli abitanti di Greci, proprio una variazione della stessa (l’arbëreshë) si presenta come chiave di volta per una diglossia su scala così contenuta.

D’altronde, i grecesi non potevano parlare proprio il greco non essendo propriamente Greci, ma vivendo a Greci.

 

 

Non lontano da Greci si parla provenzale: Celle San Vito e Faeto

 

Abbiamo avuto modo di presentare una minoranza linguistica in accordo al territorio dove viene praticata nel caso di Greci. Muovendoci non di troppo possiamo incontrare un’altra minoranza che pure si addice al nostro sguardo lungo sulle lingue antiche, soprattutto se viene incoraggiato nella sua presenza quotidiana come dialetto.

Ebbene, una minoranza francoprovenzale (o arpitana) è ancora stanziata nei due piccoli comuni di Celle San Vito e Faeto (nel territorio appenninico della val Maggiore) e parlante rispettivamente i dialetti cellese e faetano della lingua francoprovenzale. Cose da non crederci: altro che lingua degli elfi e cose di questo genere. Di volto in volto, la tradizione linguistica di questi due piccoli villaggi si è stratificata nel tempo, tanto misteriosamente quanto efficacemente.

 

 

Celle di San Vito e Faeto

 

A Celle di San Vito (Fg) e Faeto (Fg) l’uso del dialetto francoprovenzale è tuttora vivo e fin dal 1999 la minoranza linguistica francoprovenzale (unitamente ad altre presenti in Italia) è stata riconosciuta dallo Stato italiano.

Rimarchevole è il fatto che negli anni ottanta esistevano ancora, seppure in numero esiguo e soprattutto tra la popolazione anziana, alcuni parlanti monolingui.

La sopravvivenza di questa comunità linguistica è tuttavia in grave pericolo sia per il regresso del francoprovenzale rispetto all’italiano (e, in minor misura, rispetto ai dialetti pugliesi parlati nei dintorni) sia per l’accentuatissimo calo della popolazione residente (agli inizi del XXI secolo risiedevano nei due comuni meno di 1 000 abitanti contro i quasi 5 000 dello stesso periodo del secolo precedente).

 

 

Tra linguistica e filologia

 

Dobbiamo dunque fare riferimento a ben altra tradizione linguistica: chi avrà più contezza di studi in filologia (soprattutto romanza) potrà trovare nuovi spunti così da evitare lo sprofondamento nel passato pur di radicare una lingua nel suo esercizio.

Stavolta è il latino, più del greco, a rappresentare l’ambito prontamente rielaborato dalle diverse tradizioni linguistiche nate dalla sua frammentazione: un processo di lunghissima durata, con radici profonde nel basso medioevo, quando proprio questi territori permisero l’integrazione di diverse comunità linguistiche.

 

 

Lingue in via d’estinzione

 

Anche le lingue possono rischiare l’estinzione, come nel caso che stiamo articolando.

Abbiamo fatto un rapido passaggio per il franco-provenzale così da ritrovare quella grandiosa varietà e complessità linguistica riservata a piccoli borghi che ancora oggi conservano il fascino di una tradizione senza tempo.

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28 Gennaio 2021

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