Dalla Nike alla Nike, spunti accordati al visual design

Dalla Nike alla Nike, spunti accordati al visual design

(a cura di Antonio Mastrogiacomo)

 

La vita quotidiana può rivelarsi ricca di connessioni col passato rimosso, magari remoto!

Lo spunto di oggi è offerto da un logo, di quelli il cui carattere seriale introduce con facilità alla complessità dei rapporti visuali nella società contemporanea, messo a punto da una importante azienda di abbigliamento sportivo. Stiamo parlando della statunitense Nike, sempre più protagonista nel mercato internazionale a partire dagli anni ’80, grazie soprattutto alle Air Jordan.
Attiva sulla carta dal 1971, il logo festeggia quasi mezzo secolo: una sorta di virgola capovolta messa a punto dalla visuale designer, Caroly Davidson, quasi un omaggio alla Nike di Samotracia esposta presso il museo Louvre di Parigi.
Di certo, ne è seguito uno sconvolgimento alla pronuncia com’è nella tradizione dell’americanizzazione della cultura europea con la nostra pronuncia all’inglese a rimarcare la differenza tra le due.

Immaginate se, nel presentare la Nike di Samotracia, la si chiamasse Nike, come le scarpe: mi è accaduto di sentirlo e, al posto di riderci sopra come gran parte delle persone coinvolte nell’episodio, ho provato a spiegare la bontà dell’errore commesso al sedicenne studente che la presentava ai suoi compagni in gita a Parigi.

Dagli errori infatti si ricavano quelle tracce con cui è decisivo non rinviare il confronto, bensì dedicarsi alla chiarificazione dei nessi. Così ho scoperto che lo studente in questione non conosceva il greco, semplicemente aveva letto il nome che, presentandosi pari pari come quello della più ben nota marca d’abbigliamento sportivo, non lasciava adito a dubbi sulla pronuncia; spiegando lui come stavano le cose, non si è affatto risentito bensì ha provato maggior interesse nei confronti di quello stesso simbolo.

Le ali, ora capovolte in orizzontale, uno swoosh in grado di disorientare lo storico della cultura, sono poste ai piedi degli atleti così da adeguarli alla vittoria: eccola, la parola magica in grado di coniugare scultura e merce, vittoria, a segnare con sommo grado un interesse di lunga durata com’è manifesto nei confronti delle competizioni sportive.

Pensate proprio al logo delle olimpiadi, debitore di quell’idea che fa del cerchio manufatto della perfezione, cinque cerchi olimpici tanti quanti sono i continenti, a sostenere il modello culturale proposto da De Coubertin in seno alla prima edizione moderna della competizione, disputata ad Atene nel lontano 1896.

Stavolta non dobbiamo pensarci troppo: il nome giochi olimpici è stato scelto proprio per garantire quella continuità con i giochi che si svolgevano nella Grecia antica presso la città di Olimpia, nei quali si confrontavano i migliori atleti di tutta la Grecia. Ancora una volta, è l’opportuna conoscenza della storia greca a rischiarare l’opportunità che ogni edizione si concluda con la maratona, un omaggio all’emerodromo ateniese Filippide: la gara olimpica sulla distanza dei 40 km prende il nome di maratona proprio dal mito di Filippide e della sua corsa riportato da Luciano di Samosata, in riferimento alla prima vittoria ateniese sul nemico persiano del 490 a.C.

Avremo modo di tornare sull’argomento olimpico, a garanzia di una lettura dalla lunga durata permessa anche dallo studio delle manifestazioni sportive; prima di concludere, vi lasciamo alla storia di un novello Filippide che, senza scarpe ma con le ali ai piedi, si fece strada alle Olimpiadi di Roma, quelle del 1960.

Ecco il link: Abebe Bikila vince la maratona all’Olimpiade di Roma.

 

 

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10 Settembre 2020

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