Gli acquedotti al tempo dei Romani

Gli acquedotti al tempo dei Romani

(a cura di Antonio Mastrogiacomo)

 

Siamo appena arrivati a casa, dopo una bella giornata trascorsa fuori.

Abbiamo giocato, saltato, scherzato, cantato ma anche dormito, mangiato, riposato, mangiato un’altra volta: insomma appena tornati a casa è proprio arrivato il momento di preparare un bel bagno caldo! E per i Romani?

Al tempo le cose non dovevano andare propriamente così, funzionava in modo diverso ogni rapporto con tutto ciò che noi possiamo definire “corrente”, a partire dall’acqua.

Eppure il nostro presente guarda con sostanziale interesse a quelle prime esperienze all’avanguardia sotto il profilo ingegneristico che confluirono nello sviluppo di un importante sistema di controllo delle acque, specie da parte dei Romani, con la costruzione di imponenti acquedotti, protagonisti di questa scheda destinata ad una piccola ricognizione.

 

 

Una breve presentazione degli acquedotti al tempo dei Romani

 

Gli acquedotti sono tra le opere più imponenti e significative di tutta l’epoca romana. Con essi si arrivò ad una vera e propria cultura del trasporto delle acque, un sistema idrico tecnologicamente sofisticato unico nel mondo antico.

In tutto il territorio dell’impero ne furono costruiti oltre duecento e solo a Roma ne esistevano ben undici.

Alla fine del I secolo d.C. la tecnologia portò Roma ad immagazzinare quasi un milione di metri cubi di acqua potabile che giungeva ogni giorno in città, quasi mille litri per abitante, furono strutture imponenti e sofisticate, tali da renderle, anche a distanza di 1.000 anni dalla caduta dell’Impero, ineguagliate sia a livello tecnologico che qualitativo. Frontino arrivò addirittura a scrivere che gli acquedotti romani fossero: «la più alta manifestazione della grandezza di Roma».

In precedenza, per diversi secoli, il Tevere, le sorgenti ed i pozzi furono in grado di soddisfare il fabbisogno idrico della città, ma con lo sviluppo urbanistico e la crescita demografica è stato necessario ricorrere ad altre fonti: fu allora che, grazie all’abilità dei suoi costruttori, si realizzarono gli acquedotti. Da quel momento in poi, ovvero dal 312 a.C., affluì a Roma una quantità enorme di acqua potabile. Con ogni probabilità nessun’altra città del mondo antico, ma forse di ogni epoca, ricevette mai una quantità d’acqua del genere; questo valse a Roma il titolo di regina aquarum, ossia “regina delle acque”.

 

 

Come iniziava il lavoro di realizzazione di un acquedotto?

 

Bisognava scegliere la sorgente e le vene acquifere da utilizzare, le quali dovevano essere molto alte per fornire la giusta pendenza alla conduttura che doveva trasportare l’acqua fino a Roma (era essenziale ovviamente anche la qualità dell’acqua).

Una volta selezionata la sorgente, iniziava la costruzione dell’acquedotto, detto caput aquae.

All’inizio come alla fine dell’acquedotto vi erano le cosiddette camere di decantazione o piscinae limariae, nelle quali l’acqua subiva un processo di purificazione grazie al deposito delle impurità più grossolane.

Dalla piscina partiva il canale di conduzione, lo speco (specus): costruito in pietra o in muratura e foderato di cocciopesto, lo speco doveva mantenere una pendenza costante per assicurare il continuo flusso dell’acqua.

Inoltre, la maggior parte del percorso della condotta era sotterraneo, per evitare che nel periodo estivo l’acqua si surriscaldasse troppo (era eccezionalmente a cielo aperto quando attraversava dorsali collinari, corsi d’acqua o vallate).

 

Ti rimandiamo a questo video su youtube per saperne qualcosa in più a proposito degli acquedotti al tempo dei Romani!

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3 Dicembre 2020

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