Sull’utilità e il danno dello studio per la vita

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Lo studio nella vita

 

La risposta al perché dello studio spesso agita le nostre domande, quando ci troviamo alle prese con una versione di greco difficile, una interrogazione dalla mole di studio considerevole o semplicemente quando preferiremmo fare altro che studiare. Nello svolgimento della nostra professione di didatti ed educatori, ci troviamo spesso a dialogare con gli studenti sui perché dello studio, ritrovando nelle loro risposte alle volte gli echi familiari, altre volte un sincero distacco, altre volte ancora l’indecisione a riguardo.
In questa pagina, che non è una vera e propria scheda, vogliamo motivare la nostra attenzione allo studio come pratica di valore. Andiamo per gradi.

Lo studio rappresenta un passaggio obbligato della nostra maturazione in quanto cittadini, previsto altresì dal legislatore nella formula del diritto e dovere all’istruzione, obbligatoria fino ai 16 anni.
Ebbene, il confronto con un numero di materie congruo alla formazione dell’individuo diventa sempre più impegnativo fino a riassumersi nei diversi oneri disposti dal calendario scolastico al liceo: tante sono le materie quante le cose cui dobbiamo far attenzione nella vita di tutti i giorni. In questo modo lo studio di tante cose diverse diventa una palestra per una quotidianità sospesa tra le mille cose da ricordare: proprio come quando quel giorno hai due interrogazioni e un compito, quello stesso giorno (ancora peggio, il giorno prima) dovevi giocare la partita più importante, andare a quel compleanno imperdibile, stare con la persona che ti riempie la vita. Insomma, già da questo primo elemento ricaviamo un dato di valore.

Ad accrescere tutto, resta la proprietà della conoscenza quale bene inalienabile, qualcosa che nessuno ti può togliere perché registrata nell’intimo della tua memoria. Questa condizione indica uno statuto di autonomia della ragione pur sempre invidiabile laddove siamo solitamente chiamati a scegliere tra cose già scelte. E proprio a questo punto interviene il vero valore dello studio in quanto capace di accrescere il valore di mercato di un oggetto, di una esperienza in essere: cosa te ne fai di una chitarra se non condividi una storia con lei? E lo stesso può dirsi anche per un bene momentaneo come una buona pizza: saper riconoscere il valore dato dal produttore alle materie prime ti rende complice nella genuinità laddove lo studio rivendica lo stesso afflato, la stessa presenza.

Insomma, al valore comune delle cose che acquistiamo si aggiunge il valore unico della propria esperienza, la sola in grado di ripristinare un valore di scambio che superi il solito esito economico.

In conclusione, se è possibile pensare allo studio come momento di passaggio prima che formula di affermazione della propria persona, è anche vero poter riconoscere allo studio una funzione di valore aggiunto derivabile dalla sua capacità di radicare le nostre scelte alla ricerca di una esperienza di piacere da appagare.

 

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8 Ottobre 2019

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